Produttività, qualità sanitaria della granella, gestione dell’acqua, tutela della biodiversità e tenuta economica della filiera. Sono questi i temi al centro del quarto incontro del progetto Ri.So – Riso Sostenibile. Conoscere per Coltivare, svoltosi l’11 marzo 2026 e dedicato a tre nodi sempre più intrecciati per la risicoltura lombarda: il ruolo della coltivazione del riso nelle aree di pregio ambientale e nei parchi lombardi; il rapporto tra produzione, trasformazione e mercato; la gestione di arsenico, cadmio e nichel.
L’impostazione emersa dalle relazioni è stata chiara: oggi la sostenibilità del riso non può essere letta solo in chiave ambientale, ma va misurata insieme in termini agronomici, economici e territoriali.
LA RISAIA COME PRESIDIO ECOLOGICO DEL TERRITORIO
Il primo intervento, proposto da Michele Bove del Parco Lombardo della Valle del Ticino, ha ampliato il ragionamento mettendo in relazione la coltivazione del riso con il funzionamento ecologico del territorio. Bove ha ricordato che il Parco del Ticino si colloca nel corridoio ecologico Alpi-Appennino, ospita 6.235 specie viventi e comprende circa 92.000 ettari, di cui 55% aree agricole, con 17.000 ettari di risaie e 557 aziende con riso. In questo quadro, la risaia non è solo una superficie produttiva: è parte di un sistema idrico ed ecologico molto più ampio.
Bove ha insistito su un concetto centrale per chi coltiva riso in Lombardia: la risaia contribuisce in modo diretto alla qualità paesaggistica, alla regolazione idrica e alla presenza di habitat utili alla fauna. Dalla presentazione è emersa una lettura della risicoltura come elemento strutturale del territorio, soprattutto nelle aree protette e in quelle ad alta sensibilità ambientale, dove la continuità della coltivazione ha effetti che vanno oltre la sola produzione agricola. Il messaggio di fondo è che la sostenibilità della risaia non può essere valutata solo a livello aziendale, ma deve essere letta anche nella sua funzione ecosistemica.
AUMENTARE LA RESILIENZA
Si è richiamata, inoltre, la necessità di portare l’agricoltura verso un sempre maggiore equilibrio. Una risicoltura associata a monocoltura, eccessi dimensionali e disequilibri di sistema è strutturalmente instabile. Rotazioni, multifunzionalità e maggiore integrazione col territorio contribuiscono a risolvere il problema. Per il risicoltore il punto è concreto: la gestione della risaia, dell’acqua e del contesto aziendale può contribuire a rafforzare la resilienza del sistema agricolo e la sua compatibilità ambientale.
In questo senso, la coltivazione del riso viene proposta come una attività agricola che, se ben inserita nel contesto territoriale, può favorire la biodiversità, mantenere il presidio idraulico e contribuire alla tenuta complessiva del paesaggio rurale. È una prospettiva che interessa direttamente le aziende risicole, perché sposta la sostenibilità dal piano teorico a quello della gestione quotidiana del territorio.
LA SOSTENIBILITA’ DEL RISO PARTE DELLA FILIERA
Il secondo intervento è stato affidato ad Alessandro Irico, consulente responsabile qualità della filiera risicola, che ha proposto una lettura della sostenibilità applicata al riso fondata su cinque pilastri: alta produttività della filiera, giusta remunerazione dei produttori, salvaguardia dell’ambiente, protezione delle risorse idriche e attenzione al consumatore finale. Una sintesi che sposta il tema fuori da ogni semplificazione: per il riso, sostenibilità significa tenere insieme il conto economico dell’azienda agricola, l’efficienza della trasformazione e la riconoscibilità del prodotto italiano sul mercato.
Irico ha insistito sulla produttività della filiera, collegandola a tre fattori concreti: rese corrette per ettaro, sementi orientate al mercato e maggiore cultura del consumatore. Il messaggio è rilevante per il risicoltore: non basta produrre bene, bisogna produrre ciò che la filiera e il mercato sanno valorizzare. Centrale è il tema della eccessiva diversificazione varietale in alcuni gruppi merceologici, con esempi riferiti ai gruppi Arborio e Carnaroli, e il caso del declino del gruppo Roma, letto come segnale di una mancata evoluzione coerente con le preferenze del consumatore e con le strategie commerciali della filiera.
TRACCIABILITA’ E BIODIVERSITA’
Si è poi toccato l’aspetto cruciale della giusta remunerazione dei produttori, legata alla continuità del comparto, alla concorrenza del prodotto importato e alla stabilità dei prezzi di vendita. Qui il ragionamento è diretto: senza redditività agricola non esiste sostenibilità reale. Per questo la filiera italiana, secondo Irico, deve valorizzare meglio i propri fattori distintivi, a partire dal sistema di tracciabilità, dalla biodiversità varietale e dalla capacità di collegare sostenibilità produttiva ed economia circolare dell’industria risiera.
Un passaggio interessante riguarda proprio i vantaggi competitivi del sistema italiano: a partire dal ruolo del sistema di Ente Risi, proseguendo con la tracciabilità capillare, la biodiversità dei semi, la sostenibilità produttiva e i progetti di filiera. Il punto, però, è che questi elementi da soli non bastano: devono essere comunicati e trasformati in valore percepito dal mercato. In questa prospettiva, la sostenibilità non è solo un insieme di pratiche agronomiche ma anche un fattore di posizionamento commerciale del riso italiano.
CONTAMINANTI DEL RISO: UNA SFIDA AGRONOMICA E SANITARIA
Il terzo intervento, a cura di Franco Tesio di Valoryza ha affrontato un tema di grande rilievo tecnico: la gestione di cadmio, arsenico e nichel nella risicoltura, con attenzione alle cause di accumulo, agli effetti sulla salute, ai limiti normativi e, soprattutto, alle leve agronomiche disponibili per contenerli. La premessa è che questi contaminanti possono essere presenti nel suolo, nei minerali, nell’acqua o introdotti da fonti antropiche, e arrivare alla granella attraverso l’assorbimento radicale e le condizioni di coltivazione.
ARSENICO
Nel caso dell’arsenico, Tesio ha ricordato che si tratta di un contaminante critico per il riso, favorito soprattutto dalle condizioni di risaia allagata. In ambiente riducente, infatti, l’arsenico diventa più biodisponibile e più facilmente assorbibile dalla pianta. La sua presenza è legata a cause naturali, legate a suoli, rocce e falde, e antropiche, come l’uso di fertilizzanti fosfatici, attività industriali e acque contaminate. E’ stato, inoltre, sottolineato come i cambiamenti climatici, con incremento di CO₂ e temperature, possono accentuare l’accumulo nel chicco.
Sul piano normativo, per l’arsenico inorganico i riferimenti richiamati sono il Regolamento UE 1881/2006, modificato dai Regolamenti 2015/1006 e 2023/465, con limiti differenziati a seconda della tipologia di riso: 0,15 mg/kg per il riso lavorato non parboiled, 0,25 mg/kg per parboiled e semigreggio, 0,30 mg/kg per alcuni prodotti a base di riso e 0,10 mg/kg per gli alimenti destinati a lattanti e bambini. Un’indicazione importante per la filiera, perché segnala come la partita dei contaminanti non riguardi solo il campo, ma anche la destinazione commerciale del prodotto.
CADMIO
Per il cadmio, l’intervento ha evidenziato una dinamica diversa: l’accumulo è più probabile in suoli acidi e durante fasi non allagate, con un ruolo importante svolto nel tempo dai fertilizzanti fosfatici e, in alcuni casi, da contaminazioni industriali o irrigue. I limiti, riferiti al quadro UE aggiornato, sono pari a 0,40 mg/kg per il riso integrale, 0,15 mg/kg per il riso lavorato, 0,20 mg/kg per il parboiled lavorato e 0,05 mg/kg per gli alimenti per lattanti a base di riso. Anche qui il dato tecnico si traduce in una conseguenza pratica: la gestione agronomica deve puntare a evitare le condizioni che ne aumentano la disponibilità e l’assorbimento.
NICHEL
Il nichel, terzo elemento considerato, presenta un quadro normativo più recente. Il Regolamento UE 2024/1987, che modifica il Regolamento 2023/915, pone limiti che per il riso semigreggio arrivano a 2,0 mg/kg peso fresco. Il riferimento al principio ALARA (As Low As Reasonably Achievable – quanto più basso ragionevolmente ottenibile), è centrale: non basta stare sotto il limite legale, bisogna ridurre la presenza dei contaminanti al livello più basso ragionevolmente ottenibile attraverso buone pratiche di campo, di trasformazione e di controllo.
LA GESTIONE DELL’ACQUA RESTA DECISIVA
Un aspetto di grande interesse per un pubblico di risicoltori è stato quello dedicata alle strategie di riduzione dei contaminanti. Tesio ha mostrato come la gestione dell’acqua abbia un ruolo decisivo. Nelle modalità con sommersione continua si favorisce il rischio di accumulo di arsenico; al contrario, nei sistemi con asciutte intermittenti o con semina interrata e irrigazioni turnate si può ridurre l’arsenico ma, in determinate condizioni, aumentare il rischio di maggiore disponibilità del cadmio. Il punto agronomico è, quindi, trovare un equilibrio perché non esiste una tecnica universalmente risolutiva.
Le slide presentate dall’esperto distinguono tra WFL – Water Floaded Land (o sommersione continua) e AWD – Alternate Wetting and Drying, sia nella versione “safe” con abbassamento del livello idrico fino a -10 cm, sia nella versione più spinta fino a -20 cm. L’approccio intermittente viene presentato come utile, non solo per la gestione dei contaminanti ma anche per ridurre le emissioni di metano e migliorare l’efficienza azotata. Tuttavia, intensità e tempistica delle asciutte devono essere governate con precisione per evitare effetti negativi sulla coltura o squilibri indesiderati sull’assorbimento degli elementi.
CORRETTIVI DEL PH, AMMENDANTI
Accanto all’acqua, Tesio ha richiamato altre leve tecniche: correttivi del pH, ammendanti, zolfo e silicio. Si parla di applicazioni di calce e prodotti a base di calcio e magnesio per correggere i terreni acidi, oltre al possibile ruolo del biochar come ammendante capace di aumentare la ritenzione idrica e dei nutrienti. Il silicio è indicato come fattore utile a creare, nel riso, una sorta di barriera fisiologica che limita l’ingresso di metalli nelle radici, in particolare dell’arsenico.
L’ultimo tassello, poi, è la scelta varietale. In ogni caso, il contenimento dei contaminanti richiede una strategia integrata che tenga insieme varietà, gestione dell’acqua, integrazione minerale, tipologia di semina, momento e durata delle asciutte e analisi del terreno. In particolare, Tesio indica come condizione ottimale terreni con arsenico totale inferiore a 5-6 mg/kg, cadmio inferiore a 0,5 mg/kg e, per il cadmio, pH superiore a 7,5. È un’impostazione che riporta la discussione sul terreno più utile per il produttore: conoscere il proprio appezzamento e decidere in base ai dati.
UN’UNICA SOSTENIBILITA DAL TERRITORIO
I tre interventi compongono una traiettoria molto chiara. Bove ha mostrato che la risaia è un presidio territoriale ed ecologico; Irico ha ricordato che la sostenibilità deve reggere anche sul piano economico e di filiera; Tesio ha riportato il confronto sul livello tecnico, dimostrando che qualità sanitaria e competitività passano da scelte agronomiche sempre più precise. Il risultato è una visione olistica della risicoltura: sostenibile è la risaia che resta produttiva, remunerativa, conforme ai requisiti di sicurezza alimentare e capace di mantenere il proprio ruolo nel paesaggio agricolo lombardo. Autore: Azzurra Giorgio
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